Una tastiera come tavolozza, la fantasia come tela

Il gigante di ferro

Il gigante di ferro_0Una piccola perla di animazione dal 1999: riscopriamola insieme, buona lettura!

La trama

Il gigante di ferro_1

Nel 1957, tra missili atomici e lo Sputnik, Hogarth Hughes, un bambino di 9 anni, trova per caso nella foresta un gigantesco robot di ferro che sta sperimentando l’elettroshock con una centrale elettrica. Dopo avergli salvato la vita inizierà un rapporto d’amicizia tra il gigante di ferro del titolo e un affascinante demolitore di nome Dean.

Ma questo simpatico trio deve scontrarsi con il governo degli Stati Uniti, pronto a bombardare qualunque cosa si muova.

Nel mentre l’esistenzialismo e le riflessioni sul nostro essere condiscono la storia di un sapore semplicemente unico “per un semplice film d’animazione”, come lo si potrebbe definire ad un primo sguardo superficiale.

Dalla sofferenza spesso nasce il genio

Il gigante di ferro_3Sembra un luogo comune trito e ritrito ma anche in questo caso è così: Ted Hughes, colpito dal suicidio della moglie, scrive il libro The Iron Man nel 1968 per confortare sua figlia Susan.

Il regista, Brad Bird, nel periodo in cui deve girare il film deve affrontare la perdita della sorella, per causa di un’arma da fuoco per mano del suo ex marito.

Anche se sembra un incipit sanguinolento per parlare di un film d’animazione ciò è la molla e il tema portante del film: le armi da fuoco sono fatte per uccidere e tu scegli chi vuoi essere, ogni giorno.

Per un film animato della Warner Bros affronta temi incredibilmente profondi: niente Looney Tunes o gag slapstick, niente canzoni inserite a caso per riempire buchi di sceneggiatura (il film doveva essere un musical all’inizio, ndr), niente battutine da quindicenni in calore.

Un film che parla della vita e della morte, del sacrificio per qualcosa di grande e di come la razza umana dovrebbe pensare a preservarsi, anziché uccidersi a vicenda per questioni economiche.

Purtroppo il botteghino non ha ripagato questa scelta coraggiosa ($31 milioni incassati, 50 spesi) ma rimane una perla da recuperare assolutamente, sperando che questa recensione possa motivarvi alla visione.

I temi proposti nel film

Il gigante di ferro_4Con una dolcezza disarmante il film evidenzia il tema della morte (vedendo i presupposti era abbastanza ovvio) come un fatto di cui non abbiamo colpa, ma è importante che l’anima sopravviva per sempre.

Usare le armi per uccidere invece è una colpa e andrebbe evitato: il grande gigante scoprirà, ad un certo punto del film, di essere un’arma di distruzione di massa, capace di radere al suolo in un sol colpo la cittadina pidocchiosa che lo stava attaccando.

Tuttavia il gigante di ferro si propone come un Cristo redentore e fugge nello spazio, per prendere in pieno viso il missile atomico lanciato contro di lui e salvare la vita di tutti gli abitanti presenti sul posto e delle città vicine.

Oltre all’esistenzialismo troviamo quindi il sacrificio per qualcosa di più grande, l’amore, il fatto che l’anima sia più importante del corpo, che l’amicizia vera non muore mai e, come già detto prima, che puoi scegliere chi vuoi essere.

La consapevolezza dello scegliere cosa essere non è assolutamente cosa da poco: assassino o salvatore, criminale o aiutante, ladro o donatore.

Il nostro protagonista ricorda molti di noi: bravo a scuola e quindi emarginato dal resto della classe che, a giudicare dai volti nel film, probabilmente finirà a spacciare prezzemolo per strada o a lavorare in un fast food prima dei 18 anni (o, stavo dimenticando, nella nettezza urbana come Sid in Toy Story 3).

Un bambino solo, come dice la madre preoccupata in una scena tagliata del film. E questo messaggio aumenta la valenza dell’amicizia con il grande gigante gentile che, a differenza del film di Spielberg, non scoreggia di continuo appestando tutti i commensali ma si comporta in modo cortese e garbato.

Concludendo

Il gigante di ferro_2

Probabilmente il film non ha ricevuto il giusto lancio pubblicitario, è uscito nel periodo sbagliato e/o in un periodo in cui se il film non era totalmente in 3D non meritava di esser visto.
Le cause possono essere tante e magari anche idiote: non sempre i prodotti migliori ricevono la giusta considerazione.

A dimostrazione che nel film ci credevano Jennifer Aniston (Friends) e Vin Diesel (per gli amici Vincenzo Gasolio, Fast and Furious) compaiono come doppiatori di alcuni personaggi, lascio a voi scoprire quali.

La realizzazione in tecnica mista 2d/3d, i premi vinti come miglior film di animazione per quell’anno e le musiche, mai eccessive ma sempre accompagnatrici senza gente che canta a squarciagola mantengono quest’atmosfera un po’ tetra in alcuni punti, ma sempre gioiosa e speranzosa.

Un film dalla tinte scure che attinge a piene mani da ET e Edward Mani di forbice, donandoci quella capacità di sognare e l’occasione di parlare ai nostri figli di temi opprimenti e pesanti come la perdita, la scomparsa dei nostri cari senza traumatizzarli.

Consigliata (se non obbligatoria) la visione della director’s cut da 88 minuti anziché 86: nei due minuti compaiono scene che aggiungono piccoli dettagli utili alla fruizione finale della storia e aumentano lo spessore (già notevole) dei personaggi.

Voto: 10/10

Marco

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