Una tastiera come tavolozza, la fantasia come tela

Matrix Resurrections_4

…ma pure Santo Stefano, Capodanno e la Befana. La sala chiama e io rispondo.
Carrellata riassuntiva dei film da vedere, da perdere o da recuperare a Natale. Buona lettura!

Attenzione: potrebbe esserci qualche leggero spoiler. Tranquilli, non vi racconto come finiscono i film: è giusto che ve li godiate anche voi.

Avatar 2 La via dell’acqua

Come primo film, il weekend prima di Natale, siamo corsi a vedere Avatar 2, prima che tutti corressero da noi a raccontarcelo con dettagli su qualsiasi scena.
Ero carico d’entusiasmo: il trailer era bello, lo aspettavamo da 10 anni, la storia indiani-cowboy del primo c’era piaciuta… poche cose potevano andare storte.

Dopo aver trovato un posto miracolosamente in quarta fila (partendo dallo schermo) ci accingiamo alla visione.

La trama in breve
Jack Sully ha copulato come un lemmings/coniglio/canguro e ha una nidiata di figli (si vede che Netflix non arriva su Pandora). Un cattivone vuole tornare da lui perché i Marines non si tradiscono. Continua a nascondersi a casa d’altri fingendo di saper nuotare. Massacro, perdite e luoghi comuni. Finale a sorpresa.

Dopo aver speso milioni di dollari in effetti speciali non hanno potuto pagare adeguatamente gli sceneggiatori.

Il film quindi, quando non affronta situazioni gerarchiche militari o lutti gravissimi, si riduce ad una serie di luoghi comuni copiati da Facebook (è la mia famiglia, ti vedo, spacco bottiglia uccido famiglia… scenari rimasti fermi ai western anni ’50, più o meno).

Come se questo non bastasse hanno pensato di rendere il film accattivante per i bimbi minchia, rincarando la dose: via per UN’ORA INTERA (60 minuti, 3600 secondi) con escalamazioni del tipo “ehi bro, bella bro, vieni qui bro, dammi la mano bro, ti amo bro, facciamo questo bro e così via”.

Praticamente una tribù seria, istituita su valori fondanti di un certo tipo come l’onore, il rispetto della famiglia e il mantenere la parola data sminuiti da quattro deficienti incapaci di articolare discorsi o di ricordare i nomi sminuendo tutto con BRO. Oltre i limiti dell’irritante, le orecchie stavano colando sangue sulle poltroncine in pelle della sala.

Per fortuna fanno amicizia con delle balene fuori forma che comunicano ad ultra suoni: è stato bello godersi il silenzio, su quasi 3 ore e mezza di film.
A differenza del primo i lutti vengono valorizzati e non è una corsa fino all’ultimo mitragliatore come nel primo film, dove l’unica cosa importante era continuare a svuotare caricatori per far vedere che loro erano dotati.

Se questo film dovesse avere il successo sperato Cameron ha pianificato sequel ogni due anni a ritmo serrato, fino al 2030 zio in catene Navii.

Con tutto l’amore del mondo speriamo che esploda qualcosa prima, per carità di Dio. Effetti speciali all’altezza come sempre, storia confezionata bene, dialoghi eliminabili per almeno 90 minuti senza rimpianti.

Voto: 7/10

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The Fabelmans

Il film di Spielberg inizia con la sua presentazione all’opera, stile Hitchcock, il che ha portato ad una certa commozione in sala. Ho visto madri abbracciare i propri figli, come se fosse deceduto.

Il film narra dell’infanzia di Spielberg, l’amico di famiglia, tanti problemi familiari che virano al drammatico, l’amore contrastato per il cinema, una madre artista e un padre calcolatore che considerava il cinema un hobby dove spugnettarsi nel weekend, niente di serio. O ingegnere o morte, una cosa del genere.

Michelle WIlliams brava nel ruolo della madre (ha fatto tanta strada da Dawson’s Creek), Seth Rogen molto bravo nel ruolo dell’amico. Una storia sulla vita di Spielberg e sul suo amore per il cinema, non memorabile come Nuovo cinema Paradiso ma un film intimo, vissuto e sentito con il cuore. Molto piacevole anche in famiglia.

Voto: 8/10

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Whitney – Una voce diventata leggenda

Due ore e mezza sulla voce di una generazione: il canto, le sofferenze subite durante una carriera galoppante, l’avvicinarsi di certe sostanze e la fine della sua vita, a soli 48 anni, degna di Pulp Fiction di Tarantino (nel film non la vediamo ma esiste Wikipedia).

Se c’è una storia pulp è la vita di Whitney Houston, costellata da sregolatezza e da un successo improvviso, che ha portato a notevoli contraccolpi personali.

Una voce bellissima, magica, unica: vedere un film del genere in sala è un piacere allo stato puro, con l’impianto Dolby Atmos tutto per voi.

Il film ha avuto pochi spettatori rispetto ad Avatar ma merita: brava attrice, bella voce ed emozioni pure che sgorgano al cuore come ambrosia per gli dei.

É un biopic che cerca di rendere giustizia alla voce di una generazione, senza esagerare e cercando di non enfatizzare troppo gli aspetti buii: purtroppo passato l’apice Whitney ha avuto problemi con il marito, due o tre volte in riabilitazione, un reality show sulla loro vita matrimoniale, un padre che pensava solo a dilapidare il patrimonio anziché cercare oculati investimenti…

É arrivata al successo in modo prorompente ma ha avuto problemi a gestirlo: un vero peccato, ho anche visto per la prima volta Bodyguard del 1992 dove canta mentre Kevin Costner la sorveglia. Divina.

Un pezzo di storia musicale, da recuperare per apprezzare e comprendere meglio il suo valore artistico, nonchè tutti i record che è riuscita a infrangere.

Voto: 8/10

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Le otto montagne

Il film, diretto da due registi stranieri, è stato tratto dal libro omonimo di Paolo Cognetti [laurea in Matematica, autodidatta sulla letteratura americana], vincitore del Premio Strega.

Un atto d’amore verso la montagna: due amici si conoscono e consolidano il loro rapporto durante le vacanze, rapporti difficili se non impossibili con i propri padri.
Tante parole non dette, varie litigate: alla fine uno dei due padri tira le cuoia e si riavvicinano sempre nella loro montagna.

Il problema è che, seguendo la logica delle otto montagne buddista, uno preferisce stare nella montagna centrale e non schiodarsi mai, cementificandosi con essa e mettendo radici profonde.
L’altro vaga “per otto montagne e otto mari” cercando sè stesso e scoprirà il Nepal e una montagna diversa da quella che conosciamo in Italia: viva, popolata di persone, con scuole e bambini.

Il Nepal ci insegna che non conta correre per raggiungere la vetta dell’Himalaya a 8.000 metri ma è importante il rispetto della montagna, per cui ci si gira intorno ammirandola.

Scene belle, attori addestrati in modo severo da professionisti del luogo, paesaggi stupendi. Dialoghi molto belli ma, con un buon libro di partenza, era difficile sbagliarli.

L’unica cosa che mi ha fatto gridare alla bestia di Satana in catene è stato dover vedere l’intero film AL CINEMA in 4:3, con le bande nere ai lati.

Io pensavo che fosse una peculiarità del trailer ma l’intero film è stato girato così.

Quale bestia di Satana in catene sanguinanti ha pensato che un film che vive, sostanzialmente, di paesaggi senza fine innevati perché i dialoghi sono pochi e con parole importanti, ha pensato che fosse secondario il formato panoramico? Non dico l’ultra wide di Tarantino in The Hateful Eight ma un 16:9 sì, vaccadinci. Le bande nere sopra e sotto non mi interessano, ma ai lati stile diapositiva della nonna è sconcertante per un film uscito nel 2022.

Al di là di questa scelta da impuniti il film è stupendo, premio della critica a Cannes, pompato da Fazio a Che tempo che fa (guardate l’intervista: quando Fazio riesce a tacere, senza sbavare per l’ospite di turno, gli ospiti riescono ADDIRITTURA a parlare, rispondendo alle domande poste) ma, per una volta, devo dargli ragione.

Non che si debba tornare TUTTI in montagna vivendo di latte di vacca, squartando a mani nude cinghiali e caprioli e scaldandosi abbattendo la macchia mediterranea… ma staccare dal nostro mondo, riscoprire il silenzio, concentrarsi su poche cose essenziali eliminando il rumore di fondo. Questa è una cosa che, seppur nella mia limitata esperienza in montagna, ho sempre apprezzato molto anch’io.

Voto: 9/10.

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Film ispiratore – Into the Wild (2007)

Film del 2007, acclamato come capolavoro, tratto da una storia vera, ha ispirato Cognetti per la scrittura del libro sopra citato. Valeva la pena recuperarlo quindi.

Cognetti, a 30 anni, solo e abbandonato, con le lacrime agli occhi e le poche monete che aveva in tasca, ha acquistato un biglietto per andare al cinema, vedendo questo film.
Oltre all’ispirazione selvaggia si è concentrato sulle montagne e ha capito che era ora di restaurare questo rapporto, come un vecchio antiquario con il suo amore della gioventù.

La trama in breve
Un ragazzo con voti eccellenti ottiene a mani basse il permesso di accedere alla facoltà di legge di Harvard.

Anni 1990-1992: d’estate, dopo aver mandato alcuni voti promettenti a casa per tenere buona la famiglia, inizia a bruciare soldi come San Francesco (nel senso letterale, fa un falò saltando a piedi scalzi e puzzolenti) e decide di vivere al 100% con la natura. Inizia a vagabondare, frequenta comunità hippie, vede seni al vento che avrebbero convertito qualunque adolescente in calore… ma non lui. Lui ha un obiettivo.

Senza preparazione e con un libretto sulle piante edibili (leggi: commestibili) decide di andare in Alaska e viverci, probabilmente senza aver mai letto un libro sull’Alaska, senza essersi documentato sulla fauna locale e senza aver considerato le temperature polari che si raggiungono d’inverno. Il che va bene se sei un orso, vai in letargo e pesi 400 kg grazie al grasso accumulato tramite salmoni, va un po’ meno bene se sei un ragazzo smunto, atletico ma dalla costituzione fragile con evidenti problemi mentali.

Intendiamoci: a livello umano mi dispiace per la storia del ragazzo, essendo un film drammatico potrete intuire che non ha raggiunto una laurea in legge come si aspettavano i suoi genitori che hanno sborsato migliaia di dollari per la sua istruzione.

Analizzando invece il personaggio in sè (quindi l’idea, il modo di vivere, il concetto alla base di una scelta così radicale) è semplicemente un pazzo demente: tutti, durante il cammino, lo sconsigliano e gli mostrano modi di vivere AL DI FUORI DEL SISTEMA CAPITALISTICO originali certo, alternativi ma almeno non suicidi come questa idea.

Il film ebbe talmente tanto richiamo all’epoca che degli invasati corsero in Alaska per vedere il bus abbandonato dove il ragazzo si era rifugiato.

Per evitare morti inutili lo stato dell’Alaska l’ha dovuto rimuovere, prima che diventasse un campeggio attrezzato con gente da andare a cercare quando la natura, che lui tanto adorava, avrebbe fatto il suo inevitabile corso.

Cognetti per fortuna, pur avendo visto questo film, ha capito che una via di mezzo è possibile: difatti vive in “alpeggio” a 1000 metri durante i mesi estivi, poi a settembre sbaracca tutto e torna a Milano fino alla primavera.

Il film ha comunque i suoi meriti: una bella fotografia, ottima colonna sonora, una storia vicino alla realtà (hanno lavorato a braccetto con la famiglia), spunti di riflessione e qualche luogo comune spacciato per riflessione profonda da questo ragazzo, poco più che ventenne, agli avventori che incontrava sul cammino.

Va bene innamorarsi dei grandi spazi americani di Jack London e di questo tipo di letteratura: ma ciò non significa che dobbiamo ritornare sulle piante, lanciandoci escrementi come babbuini e mangiando estratto di corteccia, magari solo per vedere “l’effetto che fa” un grizzly in calore dopo 6 mesi di digiuno, in piedi davanti a noi con le fauci spalancate.

Voto: 7/10

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Da tener d’occhio

Grazie ragazzi, 12 gennaio: Antonio Albanese insegna la recitazione ai carcerati, promette molto bene. Non è un ruolo macchiettistico come Cetto Laqualunque e Albanese si propone in modo genuino, con la grande professionalità che è capace di esprimere.

Anche io, 19 gennaio: tratto dal caso #MeToo, premio Pulitzer per la giornalista che pubblicò questo articolo, parla degli abusi di Weinstein e delle molestie perpetrate negli anni a giovani ragazze che volevano entrare nello stellato mondo del cinema. Un film di denuncia sociale e diritti umani per la parità di genere.

Marco

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